COLUMBUS

Di  Carmen Gueye

 

INCONTRO

 


Marylin Monroe


Non si può parlare di lei senza accennare ai tempi della prima Hollywood: la nascita del divismo, il gossip che diventa quasi una disciplina istituzionale, un’ onorata professione.
La zona degli "studios" era inizialmente una grande e luminosa distesa di “caprifogli” (hollywood, appunto), che qualcuno trovò perfetta per costruirvi stabilimenti cinematografici. Vi investì, in particolare, una comunità di ebrei provenienti dall’est europeo, prevalentemente commercianti o artigiani. Decisero di sfruttare l’ultima trovata dell’800, il cinematografo, inventato in Francia dai fratelli Lumière e particolarmente apprezzato dagli italiani. Il primo centro di produzione di un qualche rilievo infatti fu a Torino e il primo kolossal della storia è il film “Cabiria”, del regista piemontese Giovanni Pastrone.
All’inizio ci si doveva accontentare di una sorta di cartoni animati, azionati da un nichelino in una macchinetta (da cui il nome di "nickelodeon" dei primi cinema), poi la tecnica progredì.
Gli americani, dapprima, copiarono. David Wark Griffith diresse un superkolossal dal titolo “Intolerance” ispirandosi a “Cabiria” e pretendendo scenografie enormi e sfarzose, che, dopo la fine delle riprese, rimasero a marcire nel deserto, simbolo della megalomania umana.
Si abbondava in scene spinte e seni nudi. Gli attori erano elementi secondari, il regista contava qualcosa in più: l’importante era fare soldi. La prima sexy diva del muto fu Theda Bara, ebrea americana spacciata per una dark lady arabo – francese.
Girava molto denaro e gli attori acquisivano fama. I produttori dovettero rassegnarsi a riconoscerne il ruolo nel nuovo business e ad aumentarne il cachet. Nacque lo star system, che esplose dopo la nascita del sonoro.
I protagonisti del nuovo circo si ritrovarono improvvisamente ricchi e si misero in mostra per le loro sfrenatezze. Si arrivò, negli anni ’20, a registrare episodi incresciosi, mentre ancora non esisteva un apparato in grado di “coprire” il lato oscuro del nuovo, sfavillante mondo. E le trame dei film erano sempre più sfrontate.
Si giunse al codice Hays, chiamato così dal nome dell’ex funzionario delle poste ingaggiato per ricostruire l’immagine, già compromessa, del cinema USA.
Hays, un inquietante personaggio dalla faccia topesca, stilò un decalogo che in parte è ancora valido. Per sommi capi si può affermare che erano bandite, dalle sceneggiature, le situazioni scabrose, mentre i comportamenti immorali dovevano implicare la punizione dei colpevoli.
Shirley Mc Laine ha raccontato che le gonne erano trattenute da un complesso sistema di spille perché mai, nemmeno durante le scene di vento e tempesta, si vedessero, o intuissero, le mutande.
Subdolamente entrò sempre, come sottotraccia di quei film, una certa critica all’Europa viziosa e l’esaltazione dei sani costumi americani, che ancora perdura( ultimo, originale esempio, la serie "L Word", sul mondo lesbo statunitense, dipinto come un serbatoio di valori nazionali).
Di questa tendenza risentirono, soprattutto durante la presidenza Reagan, anche i serial televisivi. Il celebre "Dallas" iniziò con personaggi arroganti e immorali e terminò con un inno alla bella famiglia a stelle e strisce, nonostante tutto.
Si solidificò per sempre il "romanticismo americano", che fa da sfondo anche ad una storia di surgelati. L'intento moralistico non viene mai meno, neppure davanti ad un serial killer, che ha sempre qualche buona ragione per agire (con poche coraggiose eccezioni). D'altro canto, pur di progredire nella scala sociale, tutto è concesso per raggiungere la felicità, ad esempio rapinare una banca per pagarsi l'avvocato.

Africa, Asia e America latina esistevano solo come elementi esotici e di nessun rilievo sociale.
Il cinema era, ovviamente, cosa di “bianchi”: I protagonisti di colore si fecero notare solo negli anni ’60, a parte l’eccezione di “Via col Vento”, che costituisce un caso a parte. Qualche edificante storia d'amore "mista" aveva un intento educativo (come "Indovina chi viene a cena?) o un esito negativo (attenti, è meglio evitare), ma per lo più veniva celata dietro un pretesto ( missionaria e servitore, ragazza madre e vicino di casa in miseria). Oggi i due mondi viaggiano separati, dopo un decennio di tentata integrazione tra personaggi.
Dietro la storia ufficiale, spesso il film ne nascondeva, male, un’altra parallela, di solito gay. Tale pratica è ancora in uso.
Anche le vite degli attori dovevano rimanere sotto controllo. Solo matrimoni, niente convivenze. Guai ai figli fuori dal matrimonio . Nacquero le agenzie per proteggere la vita privata dei divi, compito davvero arduo. Tutti apparivano belli, sani e sportivi. La parola “droga” era scomparsa dal vocabolario. Si poteva bere moderatamente, mentre fumare non era considerato disdicevole, sia sullo schermo che nella vita privata: anzi, il vizio veniva incentivato dalle case produttrici di sigarette. Curiosamente, non si puntava tanto sulla purezza femminile: è un argomento che hanno reso di moda più di recente personaggi come Brooke Shields, Witney Houston e Britney Spears: tossicodipendenti, baby nudiste per pedofili, mentitrici, spose e divorziate nel giro di una notte, ma portabandiera dell'integrità fino al ridicolo. Sopravvive, in figure come Sharon Stone, un residuo modello di diva incontrollata e un po' dissoluta, cui tutto è concesso. Nel mondo delle donne afroamericane andrebbe forse ricercata una forma di riscatto dai cliché, ma finora ancora nessuno ha pensato di approfondire quel modello.

Il lavoro non mancava ad avvocati, manager e gossippari. Il più bersagliato fu Charlie Chaplin. Gli attribuivano figli a profusione e la propensione verso le lolite minorenni. Il genio inglese, attore, regista, musico e danzatore, a quanto pare era dotato di un’esuberanza sessuale sopra la media. Frequentava indifferentemente ragazze del popolo e pupille dei produttori. Prima di calmarsi con la quarta moglie e i nove figli che ne ebbe, fece l’errore di sedurre l’unica donna che avrebbe dovuto evitare, l’attrice fallita Marion Davies, protetta e amante del magnate della stampa Randolph Hearst. Non fece più vita. Lo dipinsero come un satiro venuto dall’Inghilterra a insidiare le brave ragazze (che tanto brave non erano). Inoltre era critico verso la società statunitense e spuntò il sospetto di comunismo. Finì i suoi giorni in Svizzera.

Altri che ebbero non pochi problemi furono, per esempio:
Clark Gable e Cary Grant, in testa a una lunga lista di bei ragazzi accusati di essere passati, prima del successo, da letti di produttori e registi (maschi) e di anziane femmine in cerca di gigolò da sposare ed esibire. A nulla valse , in seguito, mostrarsi in giro con una sequela di giovani e avvenenti fanciulle e nemmeno il romantico matrimonio di Clark con la splendida collega Carol Lombard.

Jean Harlow, morta nel 1937 a ventisei anni, prima diva ultrabionda. Brillante e ironica nelle sue interpretazioni, fu indiziata di condotta immorale, soprattutto dopo l’apparente suicidio del secondo marito (giallo mai risolto).

Joan Crawford, regina dello schermo degli anni ’30 e ’40, un oscar e quattro mariti. Di lei sono conosciute immagini porno e lesbo. Viene ricordata per il libro dedicatole dalla figlia adottiva. In esso, e nel film che ne fu tratto, (“Mammina cara”) la Crawford viene dipinta come una sadica ninfomane.

Lana Turner, che collezionò mariti e amanti di cattiva reputazione. Nel 1958 trovarono nella sua villa l’ ultimo amichetto, un gangster, morto ammazzato da una coltellata. Lei se la cavò sostenendo che era stata la figlia ad uccidere, per difendere la madre dalle botte del gentiluomo. Si continuò a sostenere che il tizio e la ragazzina se la facevano. Americanissima qual'era, Lana fu infine perdonata, invecchiò in pace e diede mostra di moralismo senile.

Notorio è altresì che molti matrimoni erano di facciata, come quello di Rock Hudson.
Grace Kelly fu risparmiata in vita, ma sommersa di insinuazioni dopo la morte. In biografie postume fu dipinta come un’assatanata, abile a fare il colpaccio con l’ingenuotto principe da operetta.
Marlon Brando, dopo che i suoi figli combinarono una serie di guai e una di loro si suicidò, non si curò neppure di smentire le voci su di lui, così variegate e indecenti da suscitare il pudore di parlarne.

Questo era il clima. Ne uscivano bene solo John Wayne, l’eroe cinematografico per eccellenza, che andava risparmiato e Liz Taylor, astuta baby diva, cui si perdonava tutto, perché, forse, aveva gli amici giusti. E James Stewart, irreprensibile a oltranza. Greta Garbo si nascose, ma lei era svedese, non contava.


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Marylin

Norma Jeane Baker Mortensen nacque nel 1926 a Los Angeles, California. La famiglia si presentava già ingarbugliata, come più o meno si legge in quasi tutte le biografie degli attori americani.
La mamma Gladys Monroe, ancora molto giovane, aveva già alle spalle un primo matrimonio con due figli con il sig. Baker e un secondo in via di fallimento con tale Mortensen, quando nacque questa bimba bionda e graziosa. La paternità è incerta: si trattava probabilmente di un collega della madre, tale Stanley Gifford, già sposato e in fuga da grane extraconiugali.
Gladys soffriva di disturbi nervosi e presto non fu più in grado di badare neppure a se stessa; fu ricoverata per sempre e usciva ogni tanto, per periodi sempre più brevi, finché non uscì più. Pare che una volta, in preda a una crisi, cercasse di soffocare Norma con un cuscino.

Bisogna sfatare qualche leggenda. Non è vero che Gladys non capisse più nulla. Forse non diede molto affetto a quella figlia “scomoda”, ma fu aggiornata, più o meno con regolarità, sulle sue vicende. Norma e la sorellastra Bernice si frequentavano e si sentivano sporadicamente. Finché furono ragazze, si tenevano di tanto in tanto riunioni di famiglia con zii e cugini ( il fratellastro era morto giovanissimo): in qualche modo, molto americano, esisteva una famiglia. Norma aveva anche una nipotina, Mona Rae, figlia di Bernice. La ragazza e la madre furono ospiti, qualche tempo fa, di un programma italiano, e diversi parenti e amici fecero lo stesso, segno di un interesse davvero spiccato del nostro paese verso la bionda delle bionde.
Una volta arrivata al successo, Norma pagava puntuale la retta del ricovero dove la madre viveva. Dopo la prematura scomparsa della figlia, Gladys cercò di fuggire dall’istituto per cercarne la tomba, anche se non riuscì a trovarla. Espresse disappunto per la carriera di Marylin, che lei non aveva mai approvato. Aveva lavorato come operaia, addetta alle pellicole, nell’industria del cinema e quello che ne sapeva in proposito non le era mai piaciuto.

Norma aveva una tutrice legale, che la diede in affido, come si direbbe oggi: si possono facilmente immaginare un’infanzia e un’adolescenza difficili.
Negli anni trenta l’attenzione ai disagi sociali forse non era alta come oggi. Si prendevano in casa gli orfani in cambio di un sussidio .
La ragazzina fu molestata o, peggio, violentata, come lei insinuò in seguito, a più riprese, con amici e giornalisti? E’ probabile, ma non scontato. Fu costretta a lavare in continuazione panni, piatti e pavimenti, in altre parole a fare la serva di queste famiglie affidatarie, come lamentò in tante interviste e confidenze private? Anche qui bisogna, almeno in parte, darle credito. In più, la tutrice si suicidò.
Nell’ultima di queste famiglie, come spesso accade negli States, i “genitori” dovevano cambiare residenza, trasferirsi lontano: fu deciso di mandare la ragazza in un istituto per orfani o ragazze sole, a meno di non trovarle un marito così, a tavolino.
Era una studentessa svogliata e poco incentivata, ovviamente, a continuare. Le piaceva solo un po’ lo sport, il soft ball che si giocava a scuola ( in seguito divenne una lettrice appassionata, si portava sul set borse pieni di libri e qualcuno la accusò di posare a intellettuale).
Insomma, la ragazza non aveva grandi alternative alle nozze un po' forzose, ma probabilmente si piegò di buon grado, un po' rassegnata e un po' incuriosita dal candidato marito, che in fondo era un bel ragazzo e un tipo a posto.

Lei non commentò mai più di tanto il primo matrimonio; lo ha fatto lui, Jim Dougherty, la prima volta negli anni ’70, su pressione di giornalisti e biografi ( fu ospite di Paolo Limiti nel 1997).
Jim, di qualche anno maggiore, tenne a dire che lei arrivò vergine al matrimonio; che aveva un carattere allegro e vivace e non sembrava affatto quel groviglio di nodi come venne descritta in seguito; non pareva traumatizzata da qualcosa e gli inizi furono felici.
La madre di Jim gli aveva proposto il matrimonio con quella ragazzina. Lui la conosceva, per averla portata a ballare qualche volta, senza seguiti ulteriori o romantici: probabilmente le famiglie già tramavano.
Gli venne detto che, se non l’avesse sposata, la poverina sarebbe tornata in orfanotrofio e lui accettò senza esitare. Norma, in abito bianco, andò all’altare a sedici anni.
Era il 1942 e il ragazzo si ritrovò subito distaccato nel Pacifico per la guerra in corso. Della vita in comune racconta con serenità, descrivendo due giovani allegri e un po’ incoscienti di essere realmente sposati, anche se parlarono di avere un figlio.
Lei si mise a lavorare in una fabbrica di aerei – aveva come collega il futuro divo Robert Mitchum -. Incontrò un fotografo che la convinse che era carina e fotogenica e la fece posare per riviste di moda. Ebbe divagazioni extraconiugali, senza patemi. Chiese il divorzio e Jim la prese bene: il suo dovere, l’aveva fatto e un grande amore non era riuscito a sbocciare. In seguito Jim entrò in polizia, dove rimase fino alla pensione e, naturalmente, si risposò.

Nel dopoguerra gli USA , considerati paladini della libertà e dell’antinazismo, godevano di una buona immagine. Elargivano generosi aiuti economici ai paesi “amici” distrutti dal conflitto mondiale e, in più, regalavano sogni di celluloide, aperti senza riserve (tranne quelle ideologiche) a chi volesse andarci a vivere, per gustare la realizzazione dell’ american dream. (*21)
Era l’epoca del boogie - woogie. In campo cinematografico i divi del momento erano Ingrid Bergman e Gary Cooper, dopo il declinante Clark Gable, intristito dalla vedovanza. Bette Davis e Joan Crawford, ancora gagliarde e in attività, guardavano tuttavia l’imbocco del viale del tramonto e l’ arrivo delle nascenti stelle, la nordica Bergman e la fulgida bellezza del sud Ava Gardner. Sempre in gran spolvero era Humphery Bogart.

Norma Jean fu ribattezzata Marylin Monroe. Il cognome fu preso a prestito dalla famiglia materna; sul nome ci sono varie ipotesi. Nella vita l'interessata si firmava, talvolta, con il cognome di entrambi i padri che non erano i suoi, Baker Mortensen. Sperava sempre , per quello che se ne sa, di incontrare quello vero. Raccontò in giro che era riuscita a vederlo e lui l’aveva rifiutata, ma questa è considerata da tutti una versione poco attendibile.
Sono sorte leggende su quei suoi primi anni trascorsi nel tentativo di sfondare e lei, con certe dichiarazioni azzardate, ha contribuito alle chiacchiere senza risparmiarsi. E’ quasi impossibile sapere la verità, si possono fare supposizioni.
Si dice che abbia fatto la squillo; che sia andata con tutti quelli che a Hollywood contavano; che abbia abortito un sacco di volte, a causa della frenetica attività sessuale; che abbia perfino avuto un bambino , ipotesi che si è ripetuta nel tempo con asfissiante costanza e scarse probabilità di essere veritiera. E’ certo, invece, che ebbe l’opportunità di un ottimo matrimonio con il super boss di Hollywood Johnny Hide e lasciò cadere la proposta.
Un giorno Marylin sbottò a buon diritto, in un’intervista, sulla sua presunta “disponibilità” al sesso, soprattutto con i produttori. Sostenne, con ragione, che la pratica era diffusa e molte colleghe la negavano per ipocrisia.
A quanto pare aggiunse di aver passato “molto tempo in ginocchio”. E’ probabile che non si sia fatta molte amiche, nell’ambiente.
Pare che il principe Ranieri di Monaco avesse pensato prima a lei, come eventuale sua sposa. L’attrice rispose all’intermediario (Aristotile Onassis) che era lusingata, ma non sapeva neppure dove fosse Monaco. Più tardi non esitò a congratularsi con Grace Kelly.
Nei primi anni di successo accadeva che avesse un atteggiamento da ragazzina indisponente. Trattò con sufficienza perfino la grande cantante Billie Holyday, che finì i suoi giorni similmente a lei, dopo una vita di eccessi.

Anche sulla modifica dei suoi lineamenti dal chirurgo plastico si è detto molto. Naso rialzato? E il mento, e gli zigomi? Non ha molta importanza, lo facevano tutti. Solo la Bergman rifiutò di farsi toccare.
Certamente la Monroe portò una grande novità nel cinema, copiata anche in Europa: il sedere.
Fino ad allora questo attributo veniva considerato volgare e sacrificato, nelle inquadrature, a favore del seno, più materno.
Le attrici, fino agli anni ’40, camminano con vestiti ampi, dove tutto può essere, ma non è evidenziato. In “Niagara”, del 1952, lei entra in scena addirittura di spalle e si vedono solo queste due natiche, definite “due cagnolini che lottano sotto un lenzuolo”. In seguito, si è demistificato anche questo suo attributo e qualcuno ha insinuato che il suo lato "b" fosse un po' artefatto.
Quanto a lei, cercava sempre di eludere la censura e le regole dell'abbigliamento.

Fumava, beveva, prendeva droghe?
Alle sigarette non era particolarmente affezionata e smise verso i trent’anni, presumibilmente a favore di cose diverse e che le servivano allo scopo: stare sveglia, dormire, lavorare di notte, fare bella figura ai party.
Pillole e alcool erano senza dubbio suoi fedeli compagni, ma, nell’ambiente, questo connubio era diffuso.
Era un’accanita nudista, quando la situazione lo consentiva; dipendente dall’analisi(cambiò molti terapeuti e fu ricoverata senza successo); poco puntuale, anzi ritardataria cronica, ai limiti della villania; brava ballerina nella vita privata, meno in scena; pigra a viaggiare. Non si muoveva quasi mai dal suo perimetro abituale, Los Angeles, Tijuana (*22), i casinò del Nevada, se non per lavoro. Va detto che, le rare volte che lo fece, ebbe difficoltà sul fronte della stabilità psicologica. Accadde, per esempio, a Londra, dove si era recata per girare "Il principe e la ballerina" con Laurence Olivier. C'erano problemi per procurarsi sonniferi e medicinali vari; quindi, per motivi del genere, era meglio, per lei, non allontanarsi troppo da casa.
Commetteva piccole infrazioni, come la guida senza patente, senza preoccuparsene: ci avrebbero pensato agli amici a rimediare. Svegliava la gente nel cuore della notte per parlare o il suo massaggiatore per un trattamento;peraltro era generosa nel ricambiare e si ricordava sempre delle ricorrenze.
Per la cronaca, le domestiche hanno "rivelato" che lei non amava "arginare" il ciclo mensile con assorbenti e sporcava in giro, i vestiti, il letto; oppure, che non si asteneva da flatulenze: rivelazioni che non aggiungono nulla al mito.
Era bisessuale? Oggi non è più così importante. L’hanno detto di tanti, perfino di Stanlio e Ollio. E tutto fa pensare che preferisse gli uomini. Di recente sono state "sdoganate" registrazioni delle sue sedute psicanalitiche in cui lei rivelerebbe di una sua storia con Joan Crawford. Questo genere di "scoop" viene centellinato perché la fonte di guadagno costituita da libri e servizi televisivi non venga mai a seccarsi.

Man mano che la carriera proseguiva trionfalmente, le vicende sentimentali divennero così intricate da confondere i più scafati “giornalisti” di cronache mondane di Hollywood: Edda Hopper, Louella Parsons, Walter Winchell, Elsa Maxwell e Doroty Kilgallen, nomi molto temuti, che diedero filo da torcere a personaggi del calibro di Charlie Chaplin. Ma il fenomeno Marylin, tutto sommato, fu trattato con prudenza da certa stampa.
In parte, la star era protetta dagli appositi uffici degli studios; per altro verso sconcertava, come quando si scoprì che aveva posato nuda per un calendario. Si decise di assecondarla, perché era divertente, finché lo fu, e faceva vendere riviste e tabloid.
E poi che spasso, per i lettori. Un matrimonio segreto in Messico, con un caro amico (un documentarista, tale Robert Slatzer), annullato in due giorni, per ordine dei grandi capi degli studios, perché non era utile a farle buona pubblicità. Terzo matrimonio con l’eroe del baseball Joe Di Maggio, di nuovo ostacolato dai dirigenti di lei e a ragione: dopo nove mesi di gelosie feroci da parte di Joe, forse giustificate ( e pare che volassero botte) lui si stancò di vederla con le gambe al vento e divorziarono. Joe voleva una moglie, Marylin la carriera.
Si arrivò al quarto matrimonio, che sembrava quello giusto anche se lui, il grande drammaturgo e fine intellettuale Arthur Miller, per sposarla lasciò moglie e due figli. All’inizio erano molto uniti e lei fu ben accolta nella famiglia dei suoceri.
Ci furono tentativi di gravidanza andati a male, tradimenti – lei non godeva fama di donna fedele – e di nuovo il divorzio. Lui rimise su famiglia in un lampo e pare che Marylin ne sia uscita distrutta. In seguito lo scrittore dichiarò di non aver mai conosciuto una ragazza così triste.
Miller, scomparso novantenne, è una figura che gode di altissima considerazione e i suoi drammi sono tuttora rappresentati. Ebbe il merito di puntare il dito contro il maccartismo (*10) imperante nel paese e per questo pagò un alto prezzo. Marylin fu forse una moglie difficile, ma lo aiutò finanziariamente e a risolvere alcune grane con l'FBI, dovute alla sua reputazione di marxista. Inoltre quel matrimonio contribuì al suo successo: come marito della Monroe, Miller non poteva essere ignorato. Tuttavia non rinunciò alla rivalsa e la massacrò, ormai morta, in un dramma teatrale molto criticato ("Dopo la caduta" 1964).

Negli ultimi anni tutto andò storto per Marylin, dalle relazioni ai film e l’ambiente le si rivoltava contro. Anche le appassite star degli anni passati, che avevano alle spalle curriculum di stravizi di tutto rispetto, parevano inspiegabilmente disprezzarla e rinfacciarle il suo presunto scarso talento (*23) . Più tentava di migliorarsi , più la deridevano. A volte era critica verso il suo paese: vuoi per questo, vuoi per il matrimonio con Miller, ecco affibbiata la reputazione di filocomunista, che a Hollywood non ha mai giovato a nessuno.
Hanno detto che il suo ultimo psichiatra, un eminente studioso di Freud, abbia sbagliato il trattamento e commesso l’imperdonabile errore di farla entrare nella propria famiglia, per alleviare la sua solitudine. Secondo alcuni, fu anche visitata dalla figlia di Freud, che l'avrebbe definita "instabile e paranoide".
Pare inoltre che Marylin abbia conosciuto il dr. Timothy Leary, (*24) il quale l’ avrebbe avviata all’uso dell’LSD; si insinua allegramente che i Kennedy, fratelli e cognati, se la passassero come una pallina da ping pong.
Di certo c’è che passò a frequentare un po' chi capitava. Gli unici momenti di evasione erano quelli in cui l’occasionale compagno di letto, Sinatra, se la portava a spasso, in barca o in elicottero, per tristi baldorie che finivano in coma etilici o poco meno. Il suo ultimo partner “ufficiale” fu il messicano José Bolanos, collaboratore del regista Bunuel, che si vantò senza risparmio della conquista ( in realtà fu mollato senza troppi complimenti).
Risulta che lei volesse tirarsi fuori dal disordine e dimostrare che era una valida attrice drammatica. In genere non la prendevano sul serio. Pensò di sfruttare la sua predisposizione alla commedia brillante, anche se il suo debole per il piccante e la provocazione la tradiva un po’. Spesso non si presentava alle prove, irritando superiori e colleghi. Era forte il suo disappunto davanti al trattamento di favore riservato a qualche collega "privilegiata", come Liz Taylor (in effetti, una scellerata rubamariti che la passava sempre liscia).
Per migliorarsi, la Monroe aveva frequentato l'Actor's Studio di New York, col duplice scopo di allontanarsi dalla frivola Los Angeles e imparare le nuove tecniche recitative in voga ma, così "ripulita", pretendeva di imporre il suo metodo ai colleghi più tradizionalisti e irritava tutti.
Sono passate alla storia le interminabili sedute necessarie quando Marylin non ricordava, o fingeva di non ricordarsi, le battute, mentre i partners sbuffavano ( o perdevano occasioni di lavoro) e la produzione sperperava migliaia di dollari. Fece impazzire Jack Lemmon e Tony Curtis sul set di "A qualcuno piace caldo". Il primo, signorilmente, non fece commenti, il secondo la paragonò a Hitler (anche se durante le riprese pare non ne disdegnasse la compagnia). Il regista, il grande Billy Wilder, dichiarò che, dopo aver lavorato con lei, desiderava picchiare tutte le donne. Parlò su questo tono anche mentre scendeva dall'aereo, ai reporter che lo assediavano, quel giorno d'estate.

Marylin stava appunto girando un film con Dean Martin, un caro amico che aveva insistito con i produttori per farla lavorare con lui, quando fu trovata morta, il 5 agosto 1962. Wilder sostenne sempre che nessuno lo aveva avvisato della disgrazia: chissà perché i giornalisti, i soliti perfidi, un giorno di caldo torrido a Parigi lo avrebbero preso d'assalto per chiedergli qualcosa della Monroe...

La ridda di voci si è riverberata fino ad oggi, tra ipotesi di omicidio, finto suicidio, omissioni di soccorso, una governante che era in casa ma dice di non aver visto nulla e un medico che si è ostinato fino all’ultimo a parlare di overdose di farmaci. Era credibile, visto che in passato c’erano stati molti tentativi di suicidio, veri o inscenati, da parte di lei.

Sfruttarne il mito non dev’essere parso vero. Il personaggio sbiadì nei femministi anni settanta, per ricomparire nel decennio successivo, sparato a mitraglia da innumerevoli biografie, scritte da giornalisti seri, ma talora da cialtroni in cerca di pubblicità. Interloquì anche la sua domestica di New York, la napoletana Lena Pepitone (altra "ospitata" da Paolo Limiti), con nuove “rivelazioni”, per lo più dettagli di poco conto. Sono spuntate altre ipotesi , di cui qui citiamo a caso: aveva sei dita dei piedi; era figlia di Clark Gable; il suo bambino è stato dato in adozione; aveva il seno piatto. Quest'ultima notizia, ciliegina su una torta di stupidaggini che circolano "in rete" , si è sparsa solo perché, dopo la devastante autopsia, per esporne degnamente la salma, le avevano imbottito il petto.
Alcuni gentiluomini italiani del mondo dello spettacolo , con quella finta discrezione che crolla velocemente ( per insistenza dei soliti giornalisti cattivoni…), hanno sostenuto di aver avuto una storia con lei: dall’inossidabile Rossano Brazzi ( aggiunse che anche sua moglie ne era un’ ammiratrice e quasi quasi approvava la tresca), al partenopeo Carlo Croccolo, fino ad Achille Togliani, cantante famoso negli anni ’50. Il teutonico attore Karlheinz Bohm ( marito di Sissi nell’omonimo film) si limita ad affermare che avrebbe potuto, ma ha lasciato perdere: la classe non è acqua.
La compagna di Totò, Franca Faldini, cui capitò di conoscerla durante un soggiorno in America, ci racconta che Marylin un giorno scoprì le tette davanti a tutti, per mostrare quanto fossero belle.
Arthur Miller negli anni ’90 fece uscire un’autobiografia, ma la maggior parte delle pagine è dedicata a lei. Joe di Maggio ha mantenuto un rigoroso silenzio fino alla morte nel 1999, dopo aver provveduto a rinnovare per anni i fiori freschi sulla sua tomba. D’altronde, era stato l’unico “parente” presente al funerale: dopo aver provveduto a organizzarlo, vegliò la salma tutta la notte e scomparve per sempre dalle scene.


Di certo ci sono alcune circostanze. La concorrenza era spietata e un nuovo tipo di diva si profilava all’orizzonte. Si trattava di ragazze belle e aggiornate ai tempi, con lunghe chiome e piccoli seni: Faye Dunaway, Jane Fonda, qualche europea come la Bardot. Queste nuove bellezze, disinvolte, talvolta intellettualizzate ad arte o impegnate in politica, sembravano dover soppiantare le maggiorate fuori moda o le star degli anni '50 troppo viste. Stop alla bionda scacciapensieri, il personaggio femminile doveva anche intrigare le menti.
Qualcuna delle “vecchie”, in realtà trentenni e anche meno, come Shirley Mc Laine e Kim Novak, riuscì a stare al passo, si riciclò come cantante e show girl, oppure si rifugiò nella famiglia. Qualcun’altra, come Ava Gardner, scelse un rigido isolamento in Europa. Negli anni lo star system ha imparato a non soccombere e a difendersi.

Marylin non aveva una famiglia, né la forza per aggregarne qualcuna dai compagni. Continuava a fare donazioni agli orfanotrofi ed era ossessionata dalla mancanza di figli che a trentasei anni, e dopo tanti problemi di salute, disperava ormai di avere. Stanca e disorientata, faceva progetti, leggeva copioni, ma non era ritenuta affidabile e prendeva un sacco di roba per tenersi su. Non riceveva conforto da fedi o filosofie. Nata protestante, aveva aderito alla setta "Christian Science" come la madre, poi si era convertita all’ebraismo per sposare Miller, ma si definiva atea. La vicinanza ai Kennedy rafforzava la delirante accusa di simpatie a sinistra, peccato imperdonabile nell’America di allora ( e di adesso). Dicono anche che fosse quasi povera: risulta che possedesse solo la propria abitazione (una modesta villetta acquistata nell’anno della morte) e un esiguo conto in banca.
Forse molte donne la tenevano alla larga per prudenza: pare che conservasse il vizietto di andare coi mariti altrui, e ne usciva come l’unica responsabile di queste trasgressioni. Lei stessa si vedeva ormai confinata a vita nel ruolo di amante segreta, di passatempo usa e getta. La accusavano di confondere le attenzioni sessuali maschili con l' amore, illudendosi ogni volta che sarebbe stata quella buona.
La configurazione generale della sua personalità induce a pensare ad un suicidio, forse involontario. In quegli anni accadeva di frequente che dive o mezze tali in declino si togliessero la vita. Senza arrivare a tanto, queste donne spesso si mettevano in pericolo con condotte disinvolte, mentre gli studios riuscivano a coprire le malefatte.

Sempre negli anni ‘90, lo scrittore Donald Wolfe ha rilanciato i dubbi sulla morte di Marylin, acquisendo testimonianze dai pochi sopravvissuti che ricordavano qualcosa. In questo, come in altri casi poco chiari, si ha però l’impressione che i testimoni, più che aiutare la ricerca della verità, vogliano “togliersi qualche sasso dalle scarpe”: screditare i Kennedy, accusare la polizia, puntare il dito contro il sistema giudiziario o lo strapotere dei medici e degli psicanalisti, senza disdegnare qualche momento di notorietà, con un occhio al conto in banca.

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Pare che un grande successo non venga perdonato alle donne.
L’ultimo clamoroso caso di diva planetaria la cui scomparsa fa tuttora discutere è quello di Maria Callas. La bizzosa cantante greco – americana si è aggiunta alla lista delle “morte sole”, donne cui si addebita, sottilmente, la responsabilità della propria fine.
Già a partire dai tempi del muto e di più in seguito, per molte star femminili, da Lupe Velez a Doroty Dandridge a Judy Garland, o personaggi minori da Margaux Hemingway ad Anne Nicole Smith, la perdita del potere contrattuale dovuto alla gioventù e alla bellezza ha rappresentato una tragedia. Talvolta si tratta di eclissi dovute alle mode, di crisi esistenziali, magari accentuate da disgrazie familiari come accadde a Romy Shneider e alla stessa Smith, di discussi incidenti, come per Nathalie Wood, di sfibrante lotta al sistema, che distrusse Jean Seberg e Frances Farmer. Anche in Italia il passare degli anni ha portato infelicità a valide artiste, come Mia Martini. Talora un buon chirurgo plastico aiuta l'involucro, ma evidentemente l'intima disperazione è difficile da sloggiare.

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E Marylin? Una serata peggiore del solito. Qualche bugia, certo, su come si svolsero i fatti, ma sostanzialmente un momento di solitudine senza protezione. E se pure è andata diversamente, difficilmente si saprà.
Resta lei: bella, in ogni caso, fragile e furba, donna che poteva studiare maniacalmente per imparare a recitare e mancare agli appuntamenti di lavoro. Simbolo del femminino, sempre. Non restò nessuno a difenderne la memoria, ma fu amata ugualmente.